Come si diventa evangelico

    ✓    Pensando al Creatore


È necessario fermarsi un momento e riflettere a fondo su di noi e sulla vita. È possibile che non ci sia un significato più profondo? C’è una spiegazione a tutto questo? Dio esiste? e se esiste, perché Egli non cambia le cose? Dove e come posso trovarlo? Dove e come si rivela? Che cosa pensa di noi? 
C’è bisogno di chiarezza, occorre che Dio si manifesti, che ci parli e ci spieghi come possiamo trovare la pace con Lui e fra di noi. 
2000 anni fa, Gesù Cristo raccontò una storia molto bella, la quale mette in risalto la nostra situazione e la risposta che Dio ci dà. In questa breve storia possiamo comprendere la soluzione al nostro dramma, perché Dio ha preparato una via di ritorno per tutti gli uomini. Se il tuo cuore è pronto ad ascoltare la Parola di Dio, il Signore ti si rivelerà mediante la storia che ora leggerai.


    ✓    Tornare a Dio


Dio ti ama e vuole che tu ritorni da Lui.
Apri la Bibbia nel vangelo di Luca, al capitolo 15, e insieme leggeremo il testo a partire dal versetto 11. Troverai le citazioni dei brani della Bibbia in grassetto. 
La parabola del figlio perduto e ritrovato
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane di loro disse al padre: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”. Ed egli divise fra loro i beni. Di lì a poco, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano, e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente. (Luca 15:11-13).
Il padre in questa storia rappresenta Dio, il Creatore. Egli ci ama come un padre ama suo figlio. Il figlio che si allontana dalla famiglia sei tu, siamo noi, perché ci siamo tutti allontanati da Dio. 
Il figlio più giovane, un giorno, prese  l’iniziativa, dicendo: “Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta”. Questa è la preghiera dell’uomo che vuole allontanarsi da Dio: “Padre, dammi..., dammi salute, soldi, famiglia, marito o moglie, figli sani, e poi, con tutto quello che mi hai dato, mi allontanerò da te”. L’uomo considera Dio come cavaliere e protettore del proprio benessere, vuole ricevere i suoi beni, ma di Lui, del Signore, non si interessa. Il peccato è ormai in te e in me e viene trasmesso di padre in figlio. Anche noi vogliamo i beni di Dio e anche noi ci siamo allontanati da lui.
“Egli divise fra loro i beni”. Un padre umano non avrebbe fatto questo, ma Dio rispetta la scelta dell’uomo. Dio è così. Non ci costringe a stare con lui; non ci obbliga ad amarlo; ci lascia andar via se vogliamo. Dio ci ama e vuole essere da noi amato senza costrizione. A noi la scelta. 
“Di lì a poco, il figlio più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano, e vi sperperò i suoi beni, vivendo dissolutamente.”
La prospettiva di vivere finalmente la sua libertà senza vincoli né regole fu inizialmente una sensazione molto eccitante. Lo conosciamo bene anche noi. È facile immedesimarci nella parte del figlio perduto. Anche noi abbiamo provato delle forti emozioni nella nostra libertà, quando abbiamo iniziato a fare ciò che volevamo. Anche noi abbiamo voluto provare a fare di testa nostra. Tutti ci siamo abbandonati, in un modo o nell’altro, alla vita dissoluta. 
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi campi a pascolare i maiali. Ed egli avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava. (Luca 15:14-16). 
La frase: “Quando ebbe speso tutto.”, è piena di significato. Le sensazioni di libertà sono fugaci, passeggere, si spengono in un attimo come un cerino. Le nostre esperienze senza Dio ci consumano, producono logorio e deperimento. Quanti si sentono morti dentro dopo aver provato il sesso, la droga, l’alcool ecc.. Nemmeno le cose buone, tipo: amicizie, musica, sport, famiglia, ecc. possono riempire il vuoto che il muro fra noi e Dio ha causato nel nostro cuore. Senza Dio tutto diviene insipido, banale. 
Gesù continuò a raccontare la parabola del figlio perduto: “in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò ad essere nel bisogno”. La gran carestia è nei nostri cuori. La chiamiamo ansia, depressione, disturbi psichici. Ma la causa del malessere nell’uomo altro non è che la conseguenza della sua lontananza dal Padre celeste. Qualcuno ha detto: “Dentro di noi esiste un vuoto a forma di Dio e solo Dio lo può colmare”. 
Ricorriamo a psicofarmaci, psicanalisi e terapie, spendiamo un patrimonio per palliativi che combattono i sintomi ma non la causa del male e ci affidiamo ai vari surrogati inventati dall’uomo. Ma solo Dio, solo il Creatore, può riempire il vuoto dentro di noi. 
Gesù racconta ancora: “Allora si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei campi a pascolare i maiali”. Cosa facciamo quando siamo nel bisogno? Ci rivolgiamo a Dio? No! Cerchiamo aiuto nell’uomo. Miseri noi! Quanti hanno sperato nel soccorso dell’uomo e sono rimasti delusi. Il figlio perduto si aggrappò ad uno degli abitanti del paese, il quale lo mandò nei campi a pascolare i maiali. Che delusione!
Il giovane “avrebbe voluto sfamarsi con i baccelli che i maiali mangiavano, ma nessuno gliene dava.” Nessuno gliene dava. A questo punto subentrò un altro terribile tormento: la solitudine. 
La solitudine si manifesta nell’ultimo stadio di un lento processo che, da un lato, ci allontana da Dio e dall’altro, ci porta sempre più in basso. Dio creò l’uomo e la donna affinché nessuno si sentisse solo. “Non è bene che l’uomo sia solo”, disse Dio prima di creare il matrimonio. Purtroppo, il peccato ha rovinato tutto. Quante famiglie distrutte, quanti vincoli spezzati, quanti divorzi, quante lacrime e tutto questo è avvenuto perché con arroganza abbiamo scelto l’autonomia e la ribellione contro Dio. Tutti, prima o poi, mieteremo ciò che abbiamo seminato; dovremo far fronte alle conseguenze delle nostre scelte. La solitudine è terribile. 
Allora, rientrato in sé, disse: “Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Io mi alzerò e andrò da mio padre, e gli dirò: padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi servi”. (Luca 15:17-19).
Il giovane rientrò in sé e cominciò a pensare a suo padre. Doveva toccare il fondo per segnare la svolta nella sua vita: la sua conversione a Dio. La conversione è un’esperienza personale che coinvolge la mente, le emozioni e la volontà. Inizia con un profondo esame di sé e del nostro rapporto con Dio. Occorre poi un forte convincimento spirituale tante volte accompagnato da travaglio e combattimento interiori; una forte convinzione di dover cambiare direzione. Il deperimento e la fame dell’anima, allo stesso modo i grandi problemi del mondo, nient' altro sono che gli effetti del nostro peccato contro Dio. “Ho peccato contro il cielo e contro di te”, disse il giovane al padre. Questo dobbiamo dire anche noi, perché prima di peccare contro gli uomini abbiamo gravemente offeso Dio, voltandogli le spalle in malo modo e abbiamo reso omaggio alla creatura anziché al Creatore, che è benedetto in eterno. 
Il giovane prese una decisione: “Mi alzerò... andrò da mio padre, e gli dirò...”. La conversione implica una chiara presa di posizione davanti a Dio. Parlare di Dio è semplice, andargli incontro di persona per incontrarLo a tu per tu, è ben altra cosa. Conversione vuol dire: presentarsi a Dio per mezzo di Gesù Cristo, confessando con parole chiare il grave errore di una vita sprecata. 
Da quel momento in poi, il giovane cambiò decisamente direzione, facendo i suoi primi passi sulla vita di ritorno al padre. Si sentì indegno, sporco, peccatore. I sensi di colpa furono, forse, gli ultimi ostacoli da superare. “Glielo dirò”, si convinse il giovane, “chiederò perdono dei miei peccati”, “forse mi accoglierà come uno dei suoi servi”. È un gran bel momento quando una donna o un uomo decidono di tornare seriamente al Signore, dopo averlo calpestato e preso in giro.
Egli dunque si alzò e tornò da suo padre; ma mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione: corse, gli si gettò al collo, lo baciò e ribaciò. (Luca 15:20).
Il giovane mise in atto la sua sofferta decisione e avvenne ciò che egli non si aspettava. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide e gli corse incontro. In tutta la Bibbia questo è l’unico brano dove leggiamo che Dio corse, che si affrettò a fare qualcosa. Dio fece i cieli e la terra in sei giorni; mandò suo Figlio Cristo Gesù nel mondo dopo 4000 anni; ma per abbracciare il figlio perduto egli corse in fretta, non volle perdere nemmeno un secondo... 
È davvero impossibile comprendere l’amore di Dio per noi. Indegni dei suoi favori, per nulla amabili, Dio, nel suo immenso amore, ci ama di un amore incommensurabile. Egli mandò suo Figlio Gesù Cristo nel mondo per noi. 
Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui, non perisca, ma abbia vita eterna. (Giovanni 3:16).
Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. (Romani 5:8).
Che cosa avrà visto il Signore in noi quando decise di amarci al punto da dare anche il suo unico Figlio per noi? Come fa ad amarci tanto? Nessuno può intendere questo amore. “Perché Gesù mi amò?”  dice un canto cristiano. “Non so rispondere, non so. So solo che Gesù mi amò.”  Anche tu potrai abbracciare l’amore del Padre nel momento in cui ti converti con tutto il tuo cuore a Lui. Succederà che il Padre celeste ti correrà incontro mentre ancora sei lontano; ti si getterà al collo, ti bacerà e ribacerà. Ti accoglierà così come sei, ma non ti lascerà come ti ha trovato. Il suo amore ti cambierà completamente.
E il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai suoi servi: “Presto, portate qui la veste più bella, e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato”. E si misero a fare gran festa. (Luca 15:21-24).
Il giovane confessò il suo peccato al padre. Senza sacerdote, senza sacramento e cerimonie, in modo diretto e personale, si rivolse al padre, confessando con parole sue il suo peccato. È vero, siamo indegni, sporchi e carichi di peccato, ma siamo in obbligo di andare da soli e direttamente al Signore Gesù Cristo per chiedere perdono. Nella piena convinzione di fede e nella fiducia che Gesù è in grado di salvarci appieno da tutti i misfatti ci dobbiamo rivolgere al Padre. Il concetto delle intercessioni da parte di uomini o donne più meritevoli di noi è totalmente estraneo alle Sacre Scritture e offende il Signore. Non vi è alcun altro nome sotto il cielo, uomo o donna che sia, mediante il quale possiamo trovare grazia davanti a Dio. Al contrario, la Bibbia vieta severamente di rivolgere la preghiera ad una qualsiasi creatura. Al Signore Gesù Cristo soltanto appartiene la forza e il diritto esclusivo e singolare di accogliere, di perdonare e di presentare al Padre celeste il peccatore che si ravvede. Perciò dobbiamo andarci da soli; per porre la nostra fiducia esclusivamente in Cristo Gesù. Così dice la Bibbia:
Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Giovanni 14:6).
Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, (1 Timoteo 2:5).
Inoltre, i sacerdoti erano in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; egli invece (Cristo), poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che egli vive sempre per intercedere per loro. (Ebrei 7:23-25).
Il padre accolse il figlio perduto con amore, lo purificò, lo rivestì di dignità e, soprattutto, manifestò a tutti la sua incontenibile gioia facendo gran festa per averlo ritrovato. Il nostro Dio è un Dio d’amore, di giustizia e santità. Non ci chiede altro che di tornare da lui, così come siamo, per ricevere in dono la vita eterna. L’apostolo Paolo, parlando di queste realtà, esclamò nella sua lettera ai Romani:
Che diremo dunque riguardo a queste cose? Se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? 
Vuoi anche tu entrare nella festa di Dio? Allora torna al Signore che è ricco in misericordia. Se non sai come fare, pensa al figlio perduto e rivolgiti a Dio allo stesso modo che fece lui.


    ✓    Finalmente, la luce invade il mio cuore


Era quasi mezzanotte quel giorno, che doveva divenire il più importante della mia vita. Mi trovavo nella mia stanza, da solo con Dio. Ero appena tornato a casa, profondamente impressionato e sconvolto da quello che avevo sentito quella sera. Presi posto alla mia scrivania e aprii il libro che avevo comprato qualche ora prima. Sul frontespizio era stampato un orologio che segnava mezzanotte meno cinque e a fianco il titolo era scritto in caratteri grandi: L’ora della decisione. Il titolo era più che mai azzeccato per quello che stava succedendo nella mia vita. Cominciai a leggere e dopo il secondo capitolo capii che l’ora della mia decisione era ormai arrivata.
Ero stato invitato a vedere la proiezione di un film. Niente di particolare, si trattava di passare una serata diversa dal solito. Comunque, una scena aveva lasciato il segno nel mio cuore. Pensavo continuamente a ciò che avevo visto e udito quando, intessuto nella storia del film, una scena mostrava un’immenso stadio di calcio gremito di gente. Un palco era stato allestito sotto la curva e dietro un pulpito ingombrante un uomo predicava il vangelo di Gesù Cristo. La scena non durava che pochi minuti, ma sembrava che il predicatore parlasse direttamente a me. Sentivo che il Signore mi stava parlando in quei minuti. Quell’uomo era soltanto lo strumento nelle sue mani. Il Dio Altissimo mi visitò quando meno me l’aspettavo. In quei pochi minuti la luce del Signore mi invase con irruenza e illuminò il mio spirito. Trovai in pochi attimi la risposta a tutti i miei perché. Non si trattava di parole magiche, ma di una potenza divina che le accompagnavano e le amplificavano nel mio cuore. Non un uomo, ma Dio mi stava parlando. Mi sentivo sconvolto, infastidito e nello stesso momento attratto. Il contenuto era semplicissimo: diceva che fra l’uomo e Dio s’innalza un muro di separazione a motivo del peccato. Questo era vero nella mia vita. Diceva che Gesù Cristo era venuto nel mondo per morire sulla croce al nostro posto e per prendere i nostri peccati su di sé. Poi, diceva che Dio chiama ogni uomo ad accogliere Gesù Cristo personalmente, con un atto di fede. Questo punto mi era del tutto nuovo: fino a quel momento credevo di essere stato un buon cristiano, ero stato battezzato e avevo frequentato i riti e gli insegnamenti della religione cristiana. Pensavo di essere un figlio di Dio come, credevo, lo fossero per nascita tutti gli uomini. In quei momenti mi resi conto che non ero mai stato un vero cristiano. Gesù non era ancora entrato nella mia vita. Il mio peccato mi separava da Dio e doveva essere quella la causa della confusione e del vuoto che tormentavano la mia anima. Poi, d’un tratto, era tutto chiaro. “Io non sono un cristiano, ma lo devo diventare stanotte”, pensai. Ecco la risposta ai miei dubbi. Dovevo uscire dal buio ed ora sapevo anche la via. Era giunta l’ora della decisione. 
Quella notte, davanti alla mia scrivania, si scatenò un terribile combattimento nella mia anima. Vedevo davanti a me un bivio. Da un lato c’era la via dell’empietà, la via senza Dio e piena di peccato: era quella sulla quale stavo già camminando. Dall’altra parte c’era una porta che dava sulla via stretta del Signore e una voce mi incoraggiava di prenderla. Dio mi chiamava a sé per amore. Mi sentivo come una persona corteggiata da qualcuno che ama tanto. Dio si interessava di me perché mi amava, mi voleva presso di sé. Come il padre amava il figlio perduto, Egli mi attirava per gettarsi nelle mie braccia. Non potevo rimanere indifferente: o lasciare o prendere; o calpestare o accogliere Dio. Dovevo decidere. Avevo una gran paura di farlo, perché sapevo che la via del Signore sarebbe stata stretta e difficile. Ero consapevole che avrei dovuto cambiare vita, che dovevo seguire Gesù Cristo con coerenza e che molti dei miei amici mi avrebbero preso in giro. Infine, mi alzai dalla sedia e dopo pochi passi mi inginocchiai davanti al letto dove per la prima volta, con tutto me stesso, invocai il nome di Gesù Cristo. 
Avevo già pregato altre volte, ma non come quella sera. Tutto in me era focalizzato sulla persona del Signore Gesù Cristo. Ero solo con Lui e con il Padre celeste. Solo Gesù poteva salvarmi dalla perdizione eterna.
Certa è quest'affermazione e degna di essere pienamente accettata: che Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo. (1 Timoteo 1:15).
Ricordo che confessai a Gesù i miei peccati, soprattutto il peccato di averlo fino al qual momento escluso dalla mia vita. Lo pregai di entrare nel mio cuore, gli aprii le porte della mia anima e lo accolsi come mio personale Signore e Salvatore. Gli dissi che volevo d’ora in avanti servirlo ed amarlo. Desideravo consacrare tutta la mia vita a Lui, non per avere dei meriti davanti a Dio, ma per riconoscenza, per amore, perché Gesù mi aveva amato prima che io chiedessi di Lui. 
In quel momento, il Signore Gesù entrò nel mio cuore secondo la sua promessa:
...ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome; (Giovanni 1:12).
Il Signore mi diede la vita eterna in dono come è scritto nelle Scritture:
Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti; (Efesini 2:8-9).
In quel momento lo Spirito Santo entrò nel mio cuore e mi riempì della sua presenza:
In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, (Efesini 1:13).
La certezza della vita eterna, quella certezza che si basa sui meriti di Cristo, mi fu dato dallo Spirito del Signore:
Vi ho scritto queste cose perché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio. (1 Giovanni 5:13).

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